Il blog BIM di Archicad

Oltre la perfezione digitale: perché ho smesso di modellare tutto

Scritto da Roberto Marin | May 19, 2026 7:00:00 AM

Ti è mai successo di sentire il bisogno improvviso di staccare tutto? La sensazione di essere fuori strada ti spinge a fare un passo indietro per guardare il progetto dall'alto, prima di proseguire nella direzione sbagliata.

Spesso, nel mondo del BIM, cadiamo in un errore invisibile ma costoso: confondere la qualità del modello con la qualità del progetto. In questo articolo esploriamo il confine tra l’efficacia professionale e la modellazione autoreferenziale, analizzando come la ricerca della perfezione digitale possa trasformarsi in un ostacolo per la realtà del cantiere se non guidata da una strategia chiara.

 

Per chi stai modellando davvero?

Erano le undici di sera e io stavo ancora modellando il corrimano di una scala secondaria: segnale del fatto che avessi ormai perso la bussola. Un bel profilo in acciaio inox, con tutti i suoi attacchi a parete e i necessari raccordi alle estremità. Tutto preciso al millimetro, tutto geometricamente coerente, eppure tutto perfettamente inutile per qualsiasi scopo pratico di quel progetto. Così, con il volto illuminato dallo schermo, ho staccato le mani da mouse e tastiera e mi sono rivolto una domanda che non mi ero mai posto con la dovuta onestà: per chi sto modellando?

Ho trascorso i primi dodici anni di carriera tra il CAD e i suoi derivati, e gli ultimi otto in compagnia di Archicad e nel mondo BIM. Eppure, avevo sviluppato un vizio sottile e difficile da riconoscere che mi aveva trascinato fin lì: confondevo la qualità del modello con la qualità del progetto.

 

Qualità del modello vs qualità del progetto

Questa affermazione, letta così, sembra ovvia. Eppure la pratica quotidiana di molti studi racconta una storia diversa. Infatti, è un tema che puntualmente salta fuori come fattore comune nelle riunioni degli Architetti Anonimi.

Il modello BIM è uno strumento straordinario: Archicad, in particolare, è un software di cui abbiamo imparato a conoscere le logiche, i limiti e l'estrema duttilità e da cui, soprattutto, non smettiamo mai di imparare.

Uno dei lati oscuri che ogni Jedi del BIM deve conoscere è che esiste qualcosa di profondamente soddisfacente nel vedere un edificio prendere forma con precisione assoluta: le finestre che si inseriscono nelle pareti con i loro strati, le sezioni che si generano in modo automatico, coerente e pulito. Il problema è che questa soddisfazione è spesso autoreferenziale: il modello parla a noi stessi, non necessariamente al progetto, portandoci fuori dalla retta via.

Avevo vissuto una situazione simile con il CAD: inebriato dalla possibilità di zoomare all'infinito, mi perdevo in dettagli millimetrici che poi sparivano una volta stampati. Tutto quel lavoro restava confinato dentro lo schermo, che per altro vedevo solo io.

Nel disegno cartaceo l'importanza della scala di rappresentazione era evidente: era inutile aggiungere troppi dettagli e linee, pena la perdita di leggibilità. Era altrettanto inutile cercare il millimetro con le Rapidograph, specialmente a scale di autorizzazione municipale. In quel mondo, la rappresentazione era vincolata al foglio: non si poteva ingrandire il disegno mantenendo lo spessore delle linee, come invece accade nel CAD.

Ho imparato, a caro prezzo in termini di ore fatturate e non, che il modello ha senso solo in relazione agli output che deve produrre e quegli output variano enormemente in base alla fase del progetto, al committente e all’interlocutore di turno.

Un modello concettuale che serve a esplorare le volumetrie con il cliente non ha bisogno degli stessi elementi di un modello esecutivo coordinato con il calcolatore strutturale. Sembra banale, ma questo aspetto rimane nel dimenticatoio quando sei immerso nel flusso di lavoro e la macchina ti chiede di andare avanti, di aggiungere, di completare.

 

L’efficienza nel sapersi fermare

Il primo cambio di rotta l'ho avuto lavorando alla ristrutturazione di un edificio anni Ottanta: committente esigente, budget definito, tempi stretti. Una novità, insomma… Avevo impostato il modello con un certo rigore metodologico: ogni parete con i suoi strati, ogni solaio con la stratigrafia completa, ogni elemento strutturale al proprio posto.

A metà del progetto esecutivo, il committente cambiò idea sulla distribuzione interna. Non pretendeva una rivoluzione, ma le modifiche furono sufficienti a rendere fastidiosamente lungo l'aggiornamento di un modello che avevo costruito quasi come una cattedrale. Troppo lavoro per recepire una variazione che, in termini progettuali, era quasi banale.

Da quel momento ho iniziato a ragionare per livelli di dettaglio consapevoli. Non parlo del senso formale dei LOD, un sistema utile, ma spesso applicato in modo meccanico, bensì della risposta a una domanda concreta che mi pongo all'inizio di ogni fase: cosa devo ricavare, realmente, da questo modello nei prossimi trenta giorni?

La risposta a questa domanda mi aiuta a definire quanto il modello debba essere dettagliato.

 

Il 2D non è una resa

Uno degli aspetti più liberatori di questo cambio di approccio è stato riconciliarmi con il disegno bidimensionale.

Quando sono passato alla metodologia BIM ho sentito che la rappresentazione 2D non era più sufficiente, probabilmente un riflesso del passato nel mondo CAD legato alla bidimensionalità.

In Archicad sappiamo che piante, sezioni e prospetti sono proiezioni 2D del modello. Tuttavia, quando arriviamo alla scala di dettaglio, scopriamo che la convivenza tra elementi modellati e annotazioni 2D è una funzione nativa del software, non un limite da aggirare.

I dettagli costruttivi complessi (nodi di facciata, attacchi di solaio, particolari di impermeabilizzazione) sappiamo che guadagnano qualcosa dall'essere modellati in 3D ma, anche in questo caso, tutto dipende dall'obiettivo: ne vale la pena se l'unico output richiesto è una tavola in scala 1:10 destinata all’impresa?

Modellare quel nodo in tre dimensioni, con tutti i suoi strati, richiede un tempo che, in questo caso, il progetto non ripaga. Al contrario, un dettaglio 2D disegnato con cura sopra una sezione del modello è professionale quanto serve ed efficace quanto basta.

 

Il cantiere come maestro

Quando si entra in cantiere c’è una regola non scritta: avere rispetto per la complessità di esecuzione. Ho visto modelli magnifici, geometricamente impeccabili e ricchi di informazioni, che però in cantiere hanno causato problemi seri. Il motivo? Trascurare la sequenza costruttiva, le tolleranze reali e l'effettivo spazio di manovra degli operai.

Il modello utile al cantiere è quello che risponde alle domande giuste, le stesse che l'Impresa ti fa durante il sopralluogo, che il direttore dei lavori ti manda via email alle sette del mattino e che il geometra di cantiere scribacchia sul suo blocco.

In Archicad, tutto questo si traduce in scelte precise: classificazioni IFC coerenti per filtrare e computare gli elementi in modo affidabile, proprietà informative concentrate su ciò che serve davvero (materiali, prestazioni, riferimenti normativi) e geometrie semplificate laddove la precisione non aggiunge valore operativo.

L'obiettivo è spostare l'attenzione su ciò che conta: la coerenza dei materiali, la verifica delle quote e tutto ciò che trasforma il modello in un aiuto concreto per il cantiere.

 

Il cliente e il modello che non dovrebbe vedere

C'è un'ultima dimensione di questa riflessione e riguarda la comunicazione con il committente. Negli ultimi anni BIMx e strumenti simili hanno reso accessibile il modello tridimensionale anche a chi non ha competenze tecniche. Se da un lato questa è una conquista enorme per la trasparenza del processo progettuale, dall’altro comporta un grande rischio: d’altronde, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Un modello globalmente incompleto, ma coerente con la fase del suo sviluppo, può essere frainteso dal cliente come un modello sbagliato.

Una parete senza rivestimento, un vano scala senza corrimano, un prospetto senza infissi definitivi: agli occhi di chi non conosce il processo, questi elementi mancanti sembrano errori. Difendere scelte metodologiche di fronte a un committente che si aspettava un prodotto finito diventa quindi una conversazione scomoda e spesso improduttiva.

Ho risolto questo problema in due modi: il primo consiste nel comunicare esplicitamente, fin dall'inizio, cosa il modello rappresenti in ogni fase e cosa verrà sviluppato successivamente. Il secondo è l'utilizzo di viste dedicate alla comunicazione con il cliente, che mostrino esclusivamente ciò che è rilevante per quella specifica conversazione.

 

Modellare meno per progettare meglio

Smettendo di modellare tutto, non solo ho guadagnato tempo ma ho acquisito la chiarezza di sapere perché ogni elemento del modello esiste, a cosa serve, chi lo userà e quando.

Questa scelta ha ridotto gli errori di coordinamento perché il modello è più leggibile e questo migliora la comunicazione con il team; al tempo stesso, ha reso più onesto il rapporto con i committenti, perché ho smesso di vendere loro la perfezione digitale e ho iniziato a mostrare loro il progetto.

Archicad è uno strumento potente proprio perché permette questa scelta: non obbliga alla completezza, ma dà la libertà di essere precisi dove serve e sintetici quanto basta.

Usare questa libertà consapevolmente e non subire la seduzione della modellazione infinita è, a mio avviso, la competenza più matura che un BIM specialist possa acquisire oggi.