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Il BIM cambia pelle: Linee Guida MIT e revisione ISO 19650 a confronto

Scritto da Mario Napolitano
il 14 aprile, 2026

Tag: IFC e Open BIM

Il 2026 segna una svolta normativa per il settore AEC con l'approvazione delle Linee Guida MIT sulla Gestione Informativa Digitale e la pubblicazione del nuovo draft ISO 19650. Dall'addio all'acronimo BIM in favore della GID, fino all'unificazione del processo informativo sull'intero ciclo di vita dell'asset, Mario Napolitano analizza come la gestione del dato stia diventando il cuore pulsante della governance del progetto.

Il 2026 consegna al settore AEC due aggiornamenti normativi destinati a lasciare il segno, su livelli differenti ma con una direzione comune. Sul piano nazionale, il 20 febbraio 2026 l'Assemblea Generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha approvato le Linee Guida del MIT sulla Gestione Informativa Digitale (GID), rivolte a stazioni appaltanti ed enti concedenti. Sul piano internazionale, il 10 marzo 2026 è stato pubblicato il Draft International Standard (DIS) per la revisione della UNI EN ISO 19650, che propone una ristrutturazione del processo informativo sull'intero ciclo di vita degli asset.

Due movimenti paralleli, con origini e ambiti diversi, che convergono verso la stessa idea di fondo: la gestione delle informazioni non è un accessorio del progetto, è diventato il progetto stesso.

 

Il quadro normativo italiano

Dal BIM alla GID: un cambio di prospettiva

Le Linee Guida non usano più l'acronimo BIM come termine centrale; il documento adotta consapevolmente l’acronimo di Gestione Informativa Digitale (GID), in linea con l'approccio della UNI EN ISO 19650, del D.Lgs. 36/2023 e del D.Lgs. 209/2024 (correttivo del Codice dei contratti pubblici).

Non è una questione di etichette: il cambio terminologico riflette una visione più ampia, il modello informativo non è più soltanto una rappresentazione tridimensionale dell'opera, ma un ecosistema di dati strutturati, geometrici, fisici e funzionali, che accompagna l'asset lungo l'intero ciclo di vita. Al centro di questo ecosistema openBIM troviamo l'ACDat, Ambiente di Condivisione Dati, la denominazione italiana del CDE o Common Data Environment, basato su formati aperti e non proprietari, primo fra tutti l'IFC (Industry Foundation Class) normato dalla UNI EN ISO 16739.

Le Linee Guida sono rivolte in primo luogo alle stazioni appaltanti meno strutturate, quelle che faticano a tradurre gli obblighi normativi in procedure operative concrete fornendo indicazioni sull’ambito di applicazione, ruoli e responsabilità, struttura dell'ACDat e requisiti di interoperabilità. In sintesi, il documento non intende sostituire la norma, ma la rendono accessibile e di più facile lettura lasciando al lettore poco margine di interpretazione del Codice.

Vediamo insieme quali sono i punti di principale interesse delle Linee Guida.

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Il nodo del periodo transitorio

Uno dei punti più discussi del primo anno trascorso riguarda i procedimenti avviati prima del 1° gennaio 2025, data di entrata in vigore dell'obbligo BIM per le opere pubbliche sopra i 2 milioni di euro.

La domanda comune che circolava tra i RUP era: questi appalti devono essere ricondotti ai requisiti della gestione informativa digitale, anche se la progettazione era già in corso?

Le Linee Guida rispondono in modo netto con un “no”, in quanto i procedimenti avviati prima della soglia temporale non devono essere rielaborati e questa interpretazione vale per l'intero ciclo di realizzazione, dalla progettazione all'esecuzione. È una posizione che stabilizza il mercato e riduce il rischio di contenziosi su appalti già avviati, in un clima di confusione generale che è stato leitmotiv, o per meglio dire incubo, di stazioni appaltanti e progettisti stessi.

La prevalenza contrattuale del modello: condizioni e implicazioni

Il secondo chiarimento operativo riguarda la prevalenza contrattuale del modello informativo, introdotta dall'art. 1, comma 10, lettera i) dell'Allegato I.9 del Codice dei Contratti. La norma stabilisce che il modello prevale sulla documentazione bidimensionale in caso di difformità. Le Linee Guida precisano le condizioni perché questa prevalenza sia effettiva: il modello deve aver percorso correttamente il flusso di verifica, approvazione e pubblicazione all'interno dell'ACDat, con lo stato informativo corretto. Un modello ancora in stato In Lavorazione/Work in Progress o non formalmente approvato non ha valore contrattuale pieno. Questa precisazione impone ai team un salto di qualità nei processi interni, e alle stazioni appaltanti una verifica più attenta delle piattaforme adottate.

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Cybersicurezza dell'ACDat e qualificazione cloud ACN

Le Linee Guida affrontano con una profondità inedita nel dibattito BIM il tema della sicurezza informatica dell'ACDat, raccordandolo al Regolamento per le Infrastrutture Digitali e per i Servizi Cloud per le Pubbliche Amministrazioni, emanato dall'ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) e in vigore dall'agosto 2024. Questo regolamento classifica i dati gestiti dagli enti pubblici in tre categorie: ordinari, critici e strategici, e associa a ciascuna categoria livelli minimi di qualificazione che le piattaforme cloud devono possedere per poter essere adottate dalla PA.

Per le stazioni appaltanti, questo significa che la scelta dell'ACDat non può più essere affrontata come una semplice gara software. I dati di un progetto di opera pubblica, contenenti informazioni su strutture, impianti, materiali e localizzazione di infrastrutture critiche, possono ricadere nelle categorie dei dati critici o strategici secondo la classificazione ACN. In questi casi, la piattaforma adottata deve essere qualificata al livello corrispondente: qualificazione che non tutte le soluzioni disponibili sul mercato, incluse alcune di origine extraeuropea, attualmente possiedono o stanno ancora completando. Ignorare o aver ignorato questo aspetto espone ed esporrà i funzionari responsabili della scelta a profili di responsabilità diretta, anche in assenza di danni concreti, per il solo fatto di aver adottato una piattaforma non qualificata.

L'art. 1, comma 4 dell'Allegato I.9 del Codice dei Contratti è ulteriormente esplicito su un punto che troppo spesso viene trascurato in fase contrattuale: la proprietà dei dati e delle informazioni inserite nell'ACDat resta in capo alla stazione appaltante; per cui le modalità di elaborazione, condivisione, accesso e conservazione devono essere definite contrattualmente con il fornitore della piattaforma prima dell'avvio del servizio. Non è sufficiente che la piattaforma sia tecnicamente conforme alla ISO 19650: deve anche garantire che i dati restino nella disponibilità dell'ente in caso di cessazione del servizio, cambio di fornitore o migrazione verso un sistema diverso. La cosiddetta exit strategy dai contratti cloud, spesso ignorata in fase di selezione, diventa così un requisito contrattuale sostanziale che le Linee Guida rendono esplicito.

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Il quadro internazionale

Cosa è stato pubblicato il 10 marzo 2026?

È importante chiarire subito cosa rappresenta il Draft International Standard (DIS) rilasciato il 10 marzo 2026: è un documento di consultazione pubblica, non la versione finale dello standard internazionale ISO 19650. Le parti vigenti della UNI EN ISO 19650 (Parti 1 e 2 del 2019, Parte 3 del 2021, Parte 4 del 2022, Parte 5 del 2020 e Parte 6 del 2025) rimangono in forza fino all'adozione della versione definitiva, attesa per fine 2026.

Il DIS è il risultato di circa 18 mesi di lavoro del gruppo internazionale e raccoglie proposte di modifica che, dopo la consultazione, potranno essere confermate, modificate o abbandonate. Chi ha posizioni tecniche su aspetti specifici ha interesse a partecipare in quanto il silenzio nelle consultazioni ISO viene interpretato come consenso…abbiamo l’opportunità di far sentire anche la nostra voce!


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La proposta più radicale

Il cambiamento più significativo proposto dal DIS riguarda la struttura fondamentale del processo informativo. L'attuale impianto della ISO 19650 distingue nettamente la Fase di Consegna intesa come progettazione e costruzione (Parte 2) dalla Fase Operativa (Parte 3). Il draft propone di eliminare questa separazione e di adottare un processo unificato sull'intero ciclo di vita dell'asset. I progetti non sono più unità autonome con un inizio e una fine: diventano eventi trigger, cioè interventi all'interno di un ciclo continuo. Ogni attività sull'asset, dalla progettazione iniziale alla manutenzione straordinaria fino alla dismissione, viene trattata come un momento di aggiornamento dell'Asset Information Model (AIM), che diventa il contenitore informativo permanente e persistente dell'asset.

Le conseguenze pratiche di questa proposta non sono banali. Gli stakeholder operativi, cioè chi gestirà l'asset nel tempo, dovranno essere coinvolti fin dall'avvio del progetto, e non soltanto alla consegna. Ai committenti, stazioni appaltanti pubbliche e private, viene richiesto uno sforzo ancora maggiore nel dover strutturare i propri Organizational Information Requirements (OIR) e, di conseguenza, i propri IDS (Information Delivery Specification) di commessa in modo da coprire l'intera vita utile dell'opera. È un cambio culturale prima ancora che procedurale.

Il nuovo processo e gli aggiornamenti terminologici

La fusione delle Parti 2 e 3 si traduce in un processo unificato a 9 passi, rispetto agli attuali 8 passi separati per le due fasi precedentemente citate. I passi aggiuntivi riguardano soprattutto checkpoint espliciti lato committente: la parte che affida il lavoro viene coinvolta in momenti di verifica e decisione più frequenti rispetto all'attuale schema, con un ruolo più attivo nella governance del processo informativo.

Il draft introduce anche revisioni terminologiche che avranno ricadute su contratti, Capitolati Informativi e programmi di formazione e certificazione. I cambiamenti più rilevanti proposti sono i seguenti:

  • BIM Execution Plan (BEP), corrispettivo della nostra offerta/piano di Gestione Informativa, diventa Information Production Plan;
  • Exchange Information Requirements (EIR), corrispettivo del nostro Capitolato Informativo, diventa Information Production Requirements
  • Appointing Party, corrispettivo del nostro Soggetto Proponente, e Appointed Party, corrispettivo del nostro Soggetto Incaricato, vengono ridefiniti nell'ambito del processo unificato, con responsabilità ampliate sul lato committente. Sulla stessa scia anche i Team precedentemente preposti alle attività di BIM di consegna dei contenitori (Delivery Team o Team di Consegna) e di gestione della commessa (Project Team o Team di Progetto) diventano rispettivamente Information Production Team e Information Management Team.
  • Asset Information Model (AIM) e Project Information Model (PIM) vengono ricondotti a un unico contenitore informativo, in coerenza con la logica del ciclo di vita integrato
  • BIM come acronimo operativo viene progressivamente sostituito da Information Management, anche se più volte citato ancora nel documento stesso.

Vale la pena non fermarsi alla superficie di questi aggiornamenti. Rinominare il BEP non è un esercizio cosmetico: segnala che il documento non riguarda più la sola esecuzione BIM, ma la pianificazione della produzione informativa in senso più ampio, che include dati strutturati per la gestione operativa dell'asset e non solo per il coordinamento in studio o cantiere. Allo stesso modo, sostituire EIR con Information Production Requirements sposta l'attenzione dal committente che "richiede il BIM" al committente che definisce quali informazioni gli serviranno per governare l'asset per i prossimi decenni.

Non è ancora possibile valutare la formulazione definitiva di questi termini, poiché la consultazione pubblica aperta fino a fine 2026 potrà portare a modifiche sostanziali del testo.

Convergenze e divergenze

Direzione comune con tempi e strumenti diversi

Messi a confronto, i due aggiornamenti rivelano una convergenza profonda nella visione di fondo, con differenze significative nelle priorità immediate. Le Linee Guida MIT operano su un orizzonte pratico e urgente: risolvono ambiguità interpretative su norme già vigenti, forniscono strumenti operativi a chi deve applicarle adesso, stabilizzano il mercato su punti controversi. La revisione della ISO 19650, invece, lavora su un orizzonte più lungo: ridefinisce i principi concettuali del processo informativo, con effetti che si materializzeranno pienamente solo dopo l'adozione definitiva della norma, prevista per fine 2026. La convergenza è visibile su tre assi principali:

  • Il primo è la continuità informativa lungo il ciclo di vita: le Linee Guida italiane sottolineano che il modello informativo accompagna l'opera dalla concezione alla gestione; il DIS ISO lo eleva a principio strutturale, eliminando la separazione tra fase di consegna e fase operativa.
  • Il secondo asse è il ruolo centrale dell'ACDat/CDE: entrambi i documenti convergono nel riconoscere che l'Ambiente di Condivisione Dati non è uno strumento accessorio ma l'infrastruttura su cui poggia l'intero processo.
  • Il terzo asse è il rafforzamento del ruolo del committente: sia le Linee Guida MIT sia il DIS ISO chiedono a chi affida il lavoro un coinvolgimento più attivo, strutturato e continuo nella governance informativa.

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A che punto siamo in Italia?

Su un aspetto specifico, il contesto italiano si trova in una posizione anticipatrice rispetto alla revisione internazionale: il tema della cybersicurezza dei dati di progetto. Il raccordo tra ACDat e Regolamento Cloud ACN non ha ancora un equivalente esplicito nella ISO 19650, che affronta la sicurezza delle informazioni principalmente nella Parte 5. Le Linee Guida MIT, invece, lo trattano come requisito tecnico concreto e vincolante per gli appalti pubblici. È un segnale che il legislatore italiano ha preso sul serio la dimensione della sovranità del dato pubblico, un tema che il dibattito internazionale non ha ancora tradotto in requisiti operativi comparabili.

Rimane invece un gap da colmare sul fronte del ciclo di vita. La normativa italiana, pur richiamando l'ISO 19650 e la continuità informativa, non ha ancora strutturato in modo organico i requisiti informativi per la fase operativa degli asset pubblici. Il DIS ISO va in questa direzione con maggiore determinazione. Quando la versione definitiva della norma sarà adottata, sarà probabilmente necessario un aggiornamento del quadro normativo nazionale per allineare i requisiti GID agli standard di gestione del patrimonio edilizio pubblico nel tempo, non solo nella fase di costruzione.

Da framework BIM a governance dell'asset

Leggendo la proposta nel suo insieme, l'impressione è che la ISO 19650 stia passando da framework generale sui processi BIM a qualcosa di strutturalmente diverso: un sistema di governance delle informazioni sull'intero ciclo di vita dell'asset. Non è un'evoluzione lessicale, come potrebbe intendersi tra BIM e GID, è un cambio di paradigma su chi è responsabile di cosa, e su quando quella responsabilità inizia.

Una delle conseguenze più rilevanti riguarda il momento della progettazione. Quando le informazioni vengono strutturate fin dall'inizio per servire l'intero ciclo di vita dell'opera, la fase progettuale smette di essere soltanto il momento in cui si definisce la geometria. Diventa il momento in cui si definisce il know-how digitale dell'asset: quale base informativa sarà disponibile per gestirlo, per monitorarlo e per supportare i committenti nelle decisioni manutentive o di rinnovamento nel lungo periodo. Le decisioni di progetto diventano, sempre di più, decisioni informative. Si tratta di un processo decisionale per cui molte PA italiane non sono ancora pienamente attrezzate.

Questo divario apre uno spazio strategico interessante per i professionisti del settore. Le figure che potranno valorizzare maggiormente questo cambiamento non saranno necessariamente quelle che producono i modelli informativi più tecnicamente avanzati, ma quelle capaci di aiutare i committenti a strutturare questo sistema di governance informativa.

In questa prospettiva, anche le classiche figure BIM si evolvono verso un'Information Strategy che possa essere efficiente nel corso degli anni per tutta la catena di fornitura dell’asset.

Se questa traiettoria si consolidasse, potrebbe anche ridisegnare il modello di business della professione: da una relazione episodica, che si esaurisce con la fine della progettazione, verso partnership di lungo periodo con i committenti, orientate alla manutenzione, all'aggiornamento e all'evoluzione del patrimonio informativo degli asset costruiti. Un modello, peraltro, economicamente più sostenibile per gli studi professionali rispetto all'attuale dipendenza dai bandi di progettazione.

Cogliere questa sfida prima degli altri è e sarà la competenza più preziosa che un professionista BIM possa sviluppare nei prossimi anni; soprattutto in relazione alla diffusione sempre più impattante delle Intelligenze Artificiali applicate ai processi di gestione informativa.

Il messaggio comune di questi due aggiornamenti è, in fondo, uno solo: le informazioni di un'opera appartengono a chi ne è responsabile nel tempo, non a chi le ha prodotte. Costruire processi, strutture organizzative e contratti coerenti con questa idea è il lavoro più importante che il settore, e in particolare la committenza pubblica, ha davanti.

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