Quanto tempo occorre per "imparare il BIM"?

Articolo pubblicato da Hilario Bourg il 25 giugno 2019

Acquistare un software non è come comprare un’automobile: quest’ultima, di qualunque marca e modello sia, si guida allo stesso identico modo. Quando scegliamo il software è come se dovessimo ottenere la patente di guida insieme all’automobile.  

Ma quanto ci vuole, a conti fatti, per imparare ad usare un software di progettazione architettonica? La risposta è quasi scontata: dipende. Come per ogni cosa, imparare una lingua straniera ad esempio, ci sono tempi di apprendimento diversi a seconda della persona e le proprie attitudini personali. Indipendentemente dalla predisposizione però, esistono diversi metodi di comprovata efficacia, ma sostanzialmente solamente uno realmente efficace: buttarsi nella mischia.

 

Imparare a usare un software: la teoria delle 10.000 ore

Quanto incide la predisposizione personale? Facciamo riferimento a studi scientifici sulla cognizione e sulla teoria dell’apprendimento. Uno studio del 1993 del professor Anders Ericsson dell'università del Colorado intitolato "The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance" introduce per la prima volta il principio, corroborato successivamente da diversi altri studi, per cui la pratica conti di più (molto di più) della predisposizione e del talento naturali: chiunque può eccellere in qualsiasi disciplina dopo un periodo di pratica di almeno 10.000 ore. Considerando la giornata di 8 ore, per 5 giorni a settimana e 11 mesi all’anno significa che dopo circa 5 anni potrete considerarvi con certezza degli esperti nell’uso del software (o in qualsiasi altra disciplina).

 

Le prime 20 ore di apprendimento

Certamente un bel periodo di tempo. La buona notizia è che non bisogna aspettare di diventare un esperto per poter cominciare a utilizzare con profitto un software; quando saremo in grado di muovere i primi passi in autonomia? Secondo Josh Kaufmann, sono determinanti le prime 20 ore: 20 ore sono il tempo necessario per passare dallo stato di totale ignoranza su un determinato argomento al momento in cui cominciamo a muoverci in un mondo che fino a poco tempo prima ci era totalmente estraneo.

 

 

Un corso di ARCHICAD può variare da un minimo di 30 ore a un massimo ragionevole di 60 ore, in relazione al tipo di attività e di competenze richieste. Rispetto ad altri software, la curva di apprendimento di ARCHICAD è probabilmente più rapida per l’intuitività dell’interfaccia grafica e la gestione degli oggetti (non abbiamo bisogno di generare tutti gli oggetti che andremo ad applicare). Quindi già prima del termine del corso sarete in grado di muovere i vostri primi passi con una certa autonomia.

Ma bisogna tenere in considerazione un paio di fattori essenziali.

  • Il primo è il rischio di rigetto: è più complicato disfarsi delle vecchie abitudini che acquisirne di nuove e la tentazione è quella di tornare ai vecchi strumenti non appena si incontrano le prime difficoltà (“con il CAD a quest’ora avrei già finito”).
  • Il secondo è la mancanza di standard: che lavorino in BIM o meno, non sono molti gli studi di progettazione che abbiano sviluppato i propri standard di qualità, o quantomeno sono meno di quanto dovrebbero: i principi della norma ISO EN UNI 9001 dovrebbero essere patrimonio comune diffuso e condiviso e non adempimento burocratico. La mancanza di un sistema di archiviazione comune e il mancato coordinamento fra i collaboratori costituiscono un serio ostacolo all’innovazione e al miglioramento.

La formazione non deve quindi intendersi come semplice trasferimento di nozioni: non si può cioè pensare di acquisire nuovi strumenti senza intaccare la struttura lavorativa esistente. L’implementazione di un processo come il BIM avviene quindi attraverso un percorso di graduale cambiamento fatto di più tappe e passaggi, più che di un semplice corso.

La proposta che ci sentiamo di promuovere si articola quindi in una fase di acquisizione delle informazioni, che può avvenire anche attraverso la formazione a distanza (purché questa sia di qualità) e una fase di consulenza e affiancamento.
Riprendiamo i due fattori precedenti: il rischio di rigetto e la mancanza di
standard.

Per quanto riguarda il primo, un consulente è in grado di intervenire nelle situazioni a complicate. Jared Banks, sul suo blog Shoegnome, ci avverte sui rischi relativi al passaggio dal Cad al BIM, o meglio sul rischio di rimanere a metà strada, dove abbiamo ormai profuso lo sforzo per predisporre il nuovo metodo ma l’indecisione ci porta a riconvertire il lavoro svolto con un dispendio ancora maggiore. dal_BIM_al_CAD

Quando sentite che vi state avvicinando al Panic point, è il momento di sentire il vostro consulente di fiducia.

Il secondo fattore di rischio relativo alla mancanza di standard è rappresentato da un altro grafico dello stesso Jared Banks:

BIM-senza-templateSulla formazione dei template e l’adozione di standard esiste un’ampia letteratura, soprattutto proveniente dal mondo anglosassone: è necessario studiarla ed adattarla alla propria realtà ed esigenze senza per questo dover snaturare la propria essenza.

Ma perché impegnarsi in questo cambiamento tanto dispendioso e in parte rischioso? Ne vale la pena? La ben nota curva di McCleamy ci fornisce una risposta a mio parere esaustiva: anticipando l’impegno nella progettazione si ha maggiore capacità di incidere sugli esiti, quindi maggiore efficientamento, quindi riduzione dei costi e aumento della produttività.

 

La Hype Cycle curve: aspettative e delusioni

Ma nonostante la teoria ci fornisca determinate indicazioni, la pratica e l’esperienza ci raccontano a volte dell’altro; in poche parole non sono infrequenti le delusioni e la frustrazione rispetto al BIM. Ma questa è una realtà comune a ogni nuova implementazione, come teorizzato da Roy Amara già negli anni 80: noi sovrastimiamo una nuova tecnologia nel breve termine e tendiamo a sottostimarla nel lungo periodo. Passiamo, cioè, da una fase di iniziale entusiasmo a una di disillusione per poi riassestarci su nuove e più stabili posizioni.

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Se rapportiamo la cosiddetta curva Hype-Cycle non tanto al fenomeno nel suo complesso ma al nostro vissuto, possiamo tranquillamente prevedere un calo produttivo: l’unico modo per superarlo è progredire, non si tratta di un limite del sistema ma di una flessione fisiologica. Se la nostra conoscenza è limitata verremo influenzati dalla macchina e solo padroneggiando veramente il mezzo potremo beneficiare appieno dei vantaggi della nuova tecnologia.

 

Diventare utenti BIM: in quanto tempo?

Dipende da diversi fattori, ma, in linea di massima potremo stimare un arco temporale di un anno, il tempo, cioè, di portare a conclusione almeno un paio di progetti con i nuovi strumenti: il primo probabilmente con il supporto di un consulente per imparare e applicare le conoscenze teoriche, un secondo progetto per testare in autonomia le competenze acquisite.


È fondamentale, però, che siano definiti degli obiettivi, delle tempistiche e l'allocazione delle risorse. Un obiettivo a sua volta deve essere suddiviso in diversi obiettivi minori: l'obiettivo di sviluppare un progetto esecutivo può essere articolato in fasi corrispondenti al completamento di diverse commesse dove, di volta in volta, si alza il livello della complessità. 
Definiti i tempi, (probabilmente le consegne stesse) e le risorse (fondamentalmente le persone impiegate, il tempo dedicato ai corsi, etc) è necessario attenersi ai programmi stabiliti. 


Lo studio
 iArchitects è un esempio virtuoso di approccio al BIM. Obiettivi e tempi sono stati pianificati chiaramente, ai collaboratori è stato impedito tassativamente di tornare al disegno CAD: la consegna del Permesso di Costruire e degli esecutivi di progetto, pianificati in otto mesi, sono stati portati a termine in sei mesi. E questo è il risultato.

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Topics: BIM

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