Ti è mai capitato di entrare in un edificio storico con lo scanner nella valigia in una mano e sentire il peso di tutto quello che è successo lì dentro prima di te? Muri rifatti tre o quattro volte, un solaio ligneo — magari cassettonato — nascosto sotto un controsoffitto degli anni Sessanta, o una porta murata che nessuno sa più perché fosse lì?
È in quei momenti che capisci perché il rilievo tradizionale — quello con distanziometro laser, metro a stecca, blocco note e lo smartphone per le foto — non basta più: la stratificazione della storia che vedi non va solo disegnata, ma anche catturata, conservata e organizzata. E, possibilmente, trasmessa nel miglior modo possibile alle future generazioni.
È esattamente il problema che l'hBIM prova a risolvere. Il termine hBIM è generalmente attribuito a Maurice Murphy, Eugene McGovern e Sara Pavia, ricercatori della Technological University Dublin, e da allora si è consolidato come approccio dedicato agli edifici esistenti, soprattutto quelli di valore storico, in cui ogni intervento passato conta e merita di essere tracciato.
Non so se sei del mio stesso avviso, ma ho il sospetto che questo acronimo verrà affiancato (o addirittura sostituito) da nuovi termini nel corso dei prossimi anni, un po' come la rigida distinzione delle figure institutional BIM che inizia a stare stretta nel mondo del lavoro odierno.
Il primo lavoro, ancora prima di alzare uno scanner, è la ricerca.
Archivi statali, Enti locali, biblioteche, fascicoli di interventi effettuati magari trent'anni fa da uno studio tecnico che non esiste più: tutta questa documentazione va recuperata e ordinata, perché in Italia gli Enti che gestiscono il patrimonio storico sono tanti e raramente comunicano tra loro. Il rischio concreto, se salti questo passaggio, è ritrovarti a modellare un edificio senza sapere che quel consolidamento del 1987 ha già modificato la sezione di un muro che stai per etichettare come originale.
È un lavoro che nessun software può fare al posto tuo, ed è anche il motivo per cui i tempi di un progetto hBIM sono strutturalmente diversi da quelli di un progetto per una nuova costruzione: qui il modello deve rincorrere una realtà già stratificata, non nascere insieme all'edificio.
Questi aspetti sono cruciali nella fase delicata di stima delle tempistiche di una commessa: prima o poi il conto arriva, magari nel modo peggiore a metà lavoro, quando salta fuori un vincolo che nessuno aveva segnalato. Oltre al tempo, la differenza rispetto a un BIM "normale" non è tanto tecnica quanto di obiettivo.
Certo, dal punto di vista tecnico sai bene che gli strumenti di Archicad, seppur eccezionali nella loro flessibilità, sono nati per strutture moderne — e per fortuna c'è il pacchetto di strumenti per il restauro messi a disposizione da Graphisoft Italia!
Generalmente, in un nuovo progetto hai un'idea di cosa inserire. In un edificio storico l'obiettivo non è solo restituire un modello il più fedele possibile, ma anche costruire quello che chiamerei un catalogo digitale interrogabile: oggetti parametrici con una semantica precisa, che portano con sé lo stato di conservazione dei materiali, la cronologia degli interventi e tutto ciò che servirà a chi lavorerà su quell'edificio dopo di te.
Dopo la ricerca, arriva il momento del rilievo. E qui, se lavori nel settore, sai già che il "come" verranno catturati i dati non è un dettaglio da poco: in base alla scelta effettuata cambia l'intero flusso di lavoro.
Il metodo consolidato resta il laser scanner, che restituisce la classica nuvola di punti: coordinate spaziali precise unite alle informazioni colorimetriche ricavate dalle foto abbinate alla scansione.
È lo standard su cui si costruisce un modello hBIM affidabile, poiché garantisce la solidità metrica richiesta da un edificio storico: tolleranze strette, geometrie irregolari da restituire senza approssimazioni e superfici che quasi mai sono regolari o ripetitive.
Negli ultimi tempi si è aggiunta una tecnologia che vale la pena tenere d'occhio, anche se (te lo dico subito) non è ancora pronta a sostituire il rilievo laser per un vero e proprio hBIM: il 3D Gaussian Splatting.
Oggi il rilievo 3D architettonico sta vivendo una rivoluzione grazie a soluzioni ibride: la tecnologia LiDAR-SLAM garantisce la precisione millimetrica della struttura, mentre il Gaussian Splatting ne restituisce un fotorealismo perfetto, definendo un flusso di lavoro avanzato ma con costi d'accesso finalmente sostenibili per i professionisti.
Nel rilievo architettonico, storicamente, un laser scanner terrestre di fascia alta richiedeva investimenti tra i 30.000 € e i 70.000 €. Oggi sul mercato si trovano scanner LiDAR SLAM portatili che costano tra i 5.000 € e i 15.000 €.
Questi dispositivi, accoppiati a software (o piattaforme cloud come Polycam o software proprietari) che esportano direttamente i modelli Gaussiani, permettono anche ai piccoli studi di architettura di ottenere twin copy che prima erano appannaggio esclusivo delle grandi società di ingegneria.
Il LiDAR fornisce lo scheletro (le coordinate esatte, la scala metrica e le superfici lisce), le fotocamere del sistema forniscono la texture e il Gaussian Splatting genera un modello 3D navigabile perfetto, senza i pesanti tempi di calcolo della fotogrammetria tradizionale.
I vantaggi ci sono ed è onesto riconoscerli, ma il rovescio della medaglia è sostanziale. Questa tecnologia non offre ancora una precisione paragonabile a quella di un laser scanner statico o di uno SLAM; pertanto, per un modello hBIM che deve fare da base a interventi di restauro puntuali, non è ancora ugualmente affidabile.
A differenza della fotogrammetria classica — in cui il dettaglio catturato dipende dalla Ground Sample Distance (più ti avvicini all'oggetto e più immagini scatti, maggiore sarà il dettaglio ottenuto) —, il Gaussian Splatting oggi funziona meglio come rappresentazione di estensioni ampie di architettura piuttosto che come strumento per l'ingrandimento di dettaglio, cioè quello che serve davvero in un restauro.
C'è poi il tema, molto concreto, dello spazio di archiviazione, soprattutto con le attuali incertezze del mercato hardware e i prezzi in costante aumento. Se lavori con video in 4K (ormai alla portata di qualsiasi drone) o in 8K, lo spazio di archiviazione esplode letteralmente: non raddoppia semplicemente come si potrebbe pensare passando da una risoluzione all'altra, ed è bene fare due calcoli prima di innamorarsi dello strumento.
Detto questo, per la piccola scala (un appartamento, uno showroom, un tour virtuale da inviare al cliente prima di tornare in cantiere per l'ennesima foto mancante) app come Polycam o Scaniverse, anche senza LiDAR dedicato, iniziano a dare risultati interessanti.
Non sostituiscono un rilievo professionale preciso al millimetro, ma come strumento di comunicazione e documentazione dello stato di fatto sono già utilissime oggi.
Qualunque tecnologia utilizzi per catturare il dato (laser scanner, fotogrammetria o, in futuro, il Gaussian Splatting quando sarà maturo), quello che finisce sulla tua scrivania resta sempre una nuvola di punti o una mesh da trasformare in un modello parametrico. Ed è lì che si svolge la vera sostanza del lavoro hBIM, con o senza tecnologie di frontiera.
In Archicad questo passaggio sfrutta alcuni strumenti molto utili e particolarmente adatti al lavoro sull'esistente:
Per la parte informativa — che nell'hBIM rappresenta la vera partita — il Property Manager permette di agganciare a ogni elemento lo stato di conservazione, i materiali e la cronologia degli interventi: esattamente quel catalogo digitale interrogabile di cui parlavo prima.
Qui vale la pena ricordare che il LOD adatto a un edificio storico non è quasi mai lo stesso di un progetto ex novo: ha senso spingere il dettaglio informativo (non necessariamente quello geometrico) proprio dove la stratificazione storica è più densa, rimanendo più leggeri dove l'edificio non ha nulla da raccontare.
Aggiungici l'interoperabilità IFC, che diventa ancora più critica su un edificio storico rispetto a un progetto nuovo (gli attori in campo sono molti: strutturisti, restauratori, soprintendenze, e ognuno usa il proprio software), e la gestione condivisa tramite BIMcloud o un CDE dedicato, che riduce il rischio di perdere informazioni preziose lungo il percorso.
Non è un dettaglio da poco: su un progetto nuovo, se un file si perde, nella peggiore delle ipotesi rifai il modello. Su un edificio storico, se perdi il collegamento tra un elemento e la sua documentazione di rilievo o diagnostica, quell'informazione è spesso irrecuperabile, magari perché il dato originale risiedeva sull'hard disk di qualcuno che nel frattempo ha cambiato lavoro.
Non è un caso che l'efficacia di un processo hBIM si misuri proprio sulla facilità con cui i diversi professionisti riescono a recuperare l'informazione di cui hanno bisogno quando serve, e non tre mesi dopo, quando qualcuno ha già smarrito o buttato l'unico faldone che la conteneva.
E le immagini? Dove le mettiamo in un modello IFC?
Nel BIM classico potrebbero non sembrare indispensabili, ma lo sono certamente nel modello hBIM, dove le informazioni passano anche attraverso le immagini: fonti d'archivio, documenti, mappatura del degrado, termografie, endoscopie. Sono tutte informazioni centrali nel processo di conoscenza dell'edificio che devono essere integrate in un file IFC per mantenere l'archivio centralizzato e digitale.
Sono certo che la prossima versione del formato IFC si rivelerà molto utile in questo senso.
Se mi chiedi se userei oggi il Gaussian Splatting per il rilievo di base di un progetto hBIM vero e proprio, la risposta onesta è no, non ancora.
Per la precisione richiesta da un edificio storico, il laser scanner resta lo strumento idoneo; tuttavia, terrei d'occhio il Gaussian Splatting per tutto ciò che gravita attorno al progetto: documentazione rapida dello stato di fatto, virtual tour da condividere con il cliente, contenuti da affiancare alla relazione tecnica senza dover tornare in cantiere per l'ennesima foto mancante.
Alla fine, che tu stia rincorrendo la stratificazione di un palazzo del Cinquecento o semplicemente cercando di capire come sia fatto un solaio nascosto sotto un controsoffitto, il principio non cambia: la tecnologia cattura, ma è il modello che ricorda. Ed è lì, nella trasformazione da nuvola di punti a informazione strutturata, che si gioca davvero il lavoro di chi applica la metodologia BIM sull'esistente.