Presentare i modelli 3D ai clienti: come farlo efficacemente
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Presentare i modelli 3D ai clienti: come farlo efficacemente

Era un pomeriggio di novembre di qualche anno fa e stavo presentando il progetto di ristrutturazione di una villetta unifamiliare a una coppia sulla cinquantina: committenti attenti, curiosi e con idee precise. Come mia abitudine, avevo preparato BIMx sul tablet con viste preimpostate, sezioni significative e qualche render interno per dare calore alla presentazione. Avevo tutto sotto controllo. O almeno, così credevo…

BIMx e l'illusione del controllo

A un certo punto, uno dei due mi ha chiesto se potevo passargli il tablet per esplorare il modello in autonomia: in quel momento, è calato il silenzio. Incuriosito, però, ho iniziato a osservare le sue mosse: ha zoomato sul piano interrato, ha ruotato il modello e ha scovato un angolo che non avevo controllato a sufficienza. Era un punto in cui si vedeva chiaramente un setto in calcestruzzo; un elemento strutturale che all’interno della distribuzione planimetrica era corretto e geometricamente coerente, ma che, visto da quell'angolazione particolare, sembrava tagliare in modo brusco e imprevedibile uno spazio che avevamo pensato e progettato come fluido e aperto. "Questo muro qui mi sembra enorme", ha detto.

Non lo era, si trattava di un elemento strutturale necessario, delle dimensioni giuste e nella posizione corretta. Ma lui lo stava guardando da un punto di vista che non avevo mai considerato in fase di presentazione, con una scala percettiva distorta dalla navigazione touch e da una prospettiva che risultava falsata. E in quel momento, nella sua testa, quel muro era diventato un problema.

Spiegare la realtà del progetto a chi non è del mestiere è sempre una sfida, perfino quando si usano piante e prospetti. Ma in quel caso, paradossalmente, la troppa libertà visiva ha generato l'equivoco. Ho impiegato venti minuti a spiegare qualcosa che, di fatto, non era un problema. Venti minuti sottratti alla presentazione del progetto, alla discussione sulle finiture e a quella conversazione strategica che avrebbe dovuto farci fare un passo avanti.

Da quella sera ho iniziato a riflettere in modo molto diverso su cosa significhi mostrare un modello 3D a un "non tecnico".

 

La presentazione è un'arma a doppio taglio

Uno degli argomenti più usati a favore della visualizzazione BIM nella comunicazione con il committente è la trasparenza progettuale: il cliente vede il progetto, lo capisce, lo condivide. Nessun malinteso, nessuna sorpresa in cantiere: è un argomento solido, ma nasconde una complessità che vale la pena esplorare.

La trasparenza, infatti, funziona se il cliente ha gli strumenti per interpretare correttamente ciò che vede. Nella maggior parte dei casi, che si tratti di clienti privati, piccole imprese o enti pubblici, con interlocutori non tecnici, questi strumenti semplicemente non ci sono. E non perché il cliente non sia all'altezza, ma perché leggere un modello tridimensionale richiede una competenza specifica che si acquisisce solo con anni di pratica; la stessa competenza che noi professionisti diamo per scontata solo perché la usiamo ogni giorno.

Capire se le dimensioni di una finestra siano adatte al progetto o quanta luce quella stessa apertura possa portare all’interno di una stanza è un esercizio che per noi architetti è talmente immediato da sembrare banale, quasi non richiedesse alcuna spiegazione, invece, non è così. Il committente non può avere la nostra stessa sensibilità tecnica o capacità di astrazione dello spazio. L’architetto siamo noi e il nostro compito è spiegare chiaramente anche ciò che ai nostri occhi appare ovvio. Mostrare un modello senza alcuna mediazione non è vera trasparenza. Rischia di diventare solo un rumore di fondo che, all'interno di una relazione professionale, genera ansia, dubbi e sfiducia.

Da quel giorno ho imparato a pensare alla presentazione del modello come a un atto di regia, non di semplice esibizione. Il modello è la scenografia, io sono il regista e il cliente è lo spettatore. Fuor di metafora, uno spettatore che improvvisamente sale sul palco e comincia a muoversi tra le quinte non sta vivendo un'esperienza migliore: sta solo perdendo il filo della storia.


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Capire il progetto vs capire il modello

C'è una distinzione sottile ma fondamentale tra un cliente che capisce il progetto e un cliente che crede di capire il modello. Sono due cose completamente diverse e confonderle può costare caro.

Mi è capitato di avere clienti che, dopo aver navigato su BIMx per una settimana a casa loro, si sono presentati all'incontro successivo con un lungo elenco di osservazioni. Alcune pertinenti, molte altre purtroppo no. Ci siamo trovati, ad esempio, a discutere della larghezza di un corridoio ritenuta troppo stretta solo perché la misurazione digitale non era stata presa correttamente, o di un soffitto percepito come troppo basso, senza che il cliente considerasse la prospettiva fortemente distorta della vista che stava guardando.

Queste conversazioni non sono improduttive per principio, anzi: a volte un occhio fresco nota dettagli che sfuggono a chi è immerso nel progetto da settimane. Nella maggior parte dei casi, però, consumano tempo prezioso senza aggiungere reale valore, costringendo il progettista a una posizione difensiva: l'esatto opposto di dove dovresti trovarti quando stai guidando un processo creativo. La libertà di navigazione, quando è priva di una cornice, di una guida o di un contesto, trasforma il modello da straordinario strumento di comunicazione a vero e proprio campo minato.

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La regia del modello

La risposta a tutto questo non è certo tornare ai render statici e alle piante stampate su fogli A3, sarebbe un passo indietro privo di senso. La risposta corretta è imparare a costruire la presentazione con la stessa identica cura con cui si sviluppa il progetto.

In Archicad, questo si traduce in una pratica che ho affinato negli anni: creare viste dedicate esclusivamente alla comunicazione con il committente, distinte e separate dal modello di lavoro. Parlo di viste con impostazioni grafiche calibrate per la massima leggibilità e non per la precisione tecnica; viste in cui i lucidi visibili mostrano solo ciò che il cliente deve assimilare in quel preciso momento o in quella determinata fase.

Le piante saranno quotate con le misure che contano davvero per lui: gli spazi principali, le altezze di calpestio, le aperture. Niente codici degli elementi, niente stratigrafie o note tecniche destinate all'impresa.

BIMx permette di esportare un sottoinsieme del modello attraverso viste preimpostate che guidano la navigazione. Dobbiamo imparare a usare questa funzione come se stessimo progettando uno spazio espositivo: decidendo il percorso, stabilendo cosa mostrare e in quale ordine, definendo dove il visitatore si deve fermare e perché. Comunicare bene significa anche mantenere l’attenzione focalizzata solo su ciò che conta.

In questo modo il cliente comprenderà molto meglio ciò che vede e sarà in grado di decidere con cognizione di causa sentendosi, di conseguenza, maggiormente soddisfatto. 

 

Il rischio di rendersi inutili

C'è una dimensione di questa riflessione che non si discute abbastanza apertamente nel nostro settore e che tocca qualcosa di più profondo del semplice metodo di presentazione. Ha a che fare con il ruolo del progettista nella relazione con il committente, un altro di quegli argomenti che spuntano spesso nelle riunioni degli Architetti Anonimi.

Quando il modello diventa accessibile senza alcuna mediazione, quando il cliente può esplorarlo, misurarlo e confrontarlo in autonomia con le sue aspettative, si crea una dinamica pericolosa: il tecnico rischia di trasformarsi in un mero esecutore anziché rimanere un consulente strategico.

Il cliente vede il progetto, si forma un'opinione e torna dall'architetto con una lista di modifiche. L'architetto esegue le modifiche, il cliente rivede il modello e il ciclo si ripete. Si entra così in un loop che svuota progressivamente il processo creativo del suo reale valore intellettuale. L'ho vissuto in prima persona, l'ho visto vivere ai colleghi ed emerge ogni volta che si confonde la trasparenza del processo con la democratizzazione del progetto.

La progettazione non è una costruzione collettiva orizzontale tra committente e tecnico, ma una collaborazione in cui i ruoli devono rimanere distinti, poiché proprio da quella distinzione deriva un valore preciso. Il cliente porta le esigenze, i desideri, il budget e la conoscenza del proprio modo di abitare; il progettista porta la competenza, l'esperienza e la visione di sintesi. Quando questa distinzione si sgrana, la qualità del progetto peggiora.

Mostrare il modello al cliente, quindi, è anche una questione di postura professionale. Come lo mostri, quanto lo lasci navigare, in quale momento del processo e con quale cornice narrativa: sono tutte scelte che definiscono il tipo di relazione che decidi di costruire. E quella relazione è il vero prodotto del nostro lavoro, che si materializza nel progetto realizzato.

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Registi architettonici

Non ho una formula universale, perché ogni cliente e ogni progetto sono diversi, ma negli anni ho sviluppato alcune abitudini che funzionano piuttosto bene.

La prima è non mostrare mai il modello grezzo a un cliente non tecnico: prima di qualsiasi presentazione preparo le viste, verifico le combinazioni di lucidi, nascondo gli elementi inutili e controllo che non ci siano componenti incomplete visibili. Il modello di lavoro e il modello di presentazione devono essere due entità separate, anche se coesistono nello stesso file.

La seconda è accompagnare sempre la visualizzazione con la narrazione: non basta aprire BIMx e dire: "ecco il progetto". Bisogna raccontarlo, spiegare cosa si sta guardando, perché è stato pensato in quel modo e cosa verrà sviluppato successivamente. La navigazione digitale è un supporto visivo, non il sostituto della conversazione professionale.

La terza è imparare a leggere le reazioni: quando un committente inizia a fare domande troppo dettagliate in una fase in cui certi nodi non sono ancora definiti (come la scelta di un materiale specifico, una misura puntuale o un elemento di finitura), significa che la presentazione non sta funzionando. È il segnale che il cliente si è perso nella texture del modello e ha perso di vista la struttura del progetto. Questo è il momento di allargare l'inquadratura, letteralmente, e riportare il confronto sul livello corretto.

La quarta, forse la più importante, è restare nel proprio ruolo: quando un cliente mi prende il tablet per navigare da solo, quasi sempre lo riprendo in mano dopo poco. Senza alcuna arroganza, ma con una frase molto naturale: “Guarda, ti mostro questa parte…”, con la sicurezza di chi sa esattamente dove sta andando.

 

Il traduttore di architettura

Alla fine, quello che mi ha convinto di più in questi anni di sperimentazione è una metafora semplice: il progettista, nella relazione con il committente, è un traduttore. Il suo compito è tradurre le esigenze del cliente in soluzioni spaziali, utilizzando un linguaggio che quest'ultimo possa comprendere e condividere.

Un traduttore non ti consegna il testo originale in una lingua che non conosci dicendoti di arrangiarti: ti restituisce il senso profondo in un codice accessibile. Questo è un lavoro che l’ambiente digitale può amplificare enormemente; se usato male, però, rischia di sostituire il significato con un un groviglio di dettagli che nessuno sa davvero decodificare. Il modello informativo in Archicad è una risorsa potente e BIMx è uno strumento straordinario, a patto di tenere ben presente che la regia deve rimanere saldamente nelle tue mani.

Questa capacità si costruisce con l'esperienza e, soprattutto, attraverso gli errori. Proprio come è successo a me in quella sera di novembre. In quella circostanza, ho imparato qualcosa che nessun tutorial avrebbe mai potuto spiegarmi. E sono certo che in futuro ci saranno altri passi falsi lungo la mia carriera, pronti a insegnarmi qualcosa di nuovo.

 

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